Fare in fretta e bene: questo l’imperativo categorico che ha fatto da pungolo e da motivazione alle aziende coinvolte, anche se nelle retrovia, nella battaglia contro la pandemia. Riconvertirsi, ripensarsi, riorganizzarsi e sfruttare al massimo le proprie competenze: sono state le parole chiave.

Niente è mai a senso unico. Chi ha realmente competenze e capacità riuscirà comunque a metterle a frutto anche in contesti diversi da quello iniziale. E l’emergenza sanitaria che stiamo attraversando lo ha messo bene in luce: le aziende sono cambiate e non solo perché si sono dovute confrontare con nuovi ritmi, nuove distanze e una diversa organizzazione del lavoro. Molte sono cambiate perché hanno riconvertito la propria produzione e modificato volumitarget di riferimento. In altri termini, si sono adattate alla contingenza con l’obiettivo primario di offrire il proprio contributo contro l’attacco pandemico.

Ultravioletto e ozono

Mai come oggi concetti come igienizzazione e purificazione dell’ambiente sono stati così popolari. E il passaggio dell’Italia nella Fase 2, non farà che accentuarne la centralità. Il mercato cercherà sistemi efficaci, affidabili e innovativi. Con Enzo Catenacci, Chief Business Development Officier di Autognity, parliamo dei nuovi sistemi di sanificazione frutto della joint venture tra la sua azienda, che fa parte del gruppo Purity ed è attiva nell’ambito dell’automazione e dell’AI, e K.L.A.IN.robotics, che distribuisce robot per il mondo della Factory Automation e componenti di Meccatronica. “Il nostro sistema, denominato PHS, – ci spiega Catenacci – permette la disinfezione continua e costante di qualsiasi ambiente ritenuto a rischio e di superfici anche altamente contaminate e difficilmente sanificabili, mediante le procedure ordinarie”. PHS combina l’effetto dell’irraggiamento ultravioletto a quello della diffusione dell’ozono. “Nel sistema proposto, dispositivi UV a bassa pressione, con funzione ‘germicida’, sfruttano luce UV-C per ottenere la rapida sterilizzazione di batteri, muffe, funghi, virus e microrganismi su superfici, aria ed acqua – prosegue -. Di fatto, in questa tipologia di dispositivi, circa il 40% di energia elettrica è convertito direttamente in radiazioni UV-C con emissione monocromatica a 254 nm per l’azione germicida ed a 185 nm per favorire processi di ossidazione sulle superfici. Il sistema include inoltre generatori di ozono che impiegano componenti UV a bassa pressione ai vapori di mercurio”. L’ozono è un forte agente ossidante che, reagendo con una moltitudine di composti organici, disinfetta aria ed acqua, “peraltro, è anche un deodorante altamente efficiente in grado di sterilizzare completamente ambienti e superfici da muffe e batteri presenti nell’aria. Il vetro di quarzo sintetico consente di ottenere una maggiore efficienza di trasmissione UV a 185 nm – dice Catenacci -. A valle del processo di disinfezione, un sistema addizionale provvederà a rimuovere l’ozono residuo presente nell’ambiente riportandolo ai livelli naturali”. Il sistema è declinato in tre modelli, utilizzabili in contesti differenti: “Il modello PHS-M – spiega Catenacci – rappresenta la più recente tecnologia di disinfezione di aria e superficie UV-C ed ozono costante progettata specificamente per tutte le aree sanitarie, produttive, caserme. Incorpora caratteristiche di design uniche che, combinatamente con l’ozono, riduce le ‘zone d’ombra’ dell’area da trattare. Il modulo PHS è alloggiato su un robot MiR caratterizzato da un sistema di guida autonomo che lo rende perfetto e adatto alla disinfezione di ogni spazio operativo”. Il PHS-S è un robot di disinfezione UV ad alto rendimento che utilizza la tecnologia di mappatura ambientale per fornire una dose germicida rapida ed efficace di energia UV-C a onda continua, uccidendo germi e agenti patogeni quando e dove è richiesto. Si adatta a contesti quali aeroporti, stazioni ferroviarie, metropolitane, navi da crociera”. “Infine – conclude – PHS-P costituisce il più piccolo e potente sistema di disinfezione ed è indicato per la sanificazione di ambienti ristretti come ambulanze, toilette pubbliche, stanze d’albergo più piccole, laboratori, auto a noleggio, taxi, autobus di linea”.

Oggi e domani

Cosa significa, chiediamo, offrire il proprio apporto tecnologico in questo frangente? “Ci rende orgogliosi e dà senso a quello che facciamo, quotidianamente, con grande passione e sacrificio – indica il Chief Business Development Officier di Autognity -. Trovare un equilibrio tra ricerca ed etica è fondamentale quando si tratta della salute umana ed è il modus operandi di chi, in trincea, lavora per arginare l’avanzata del coronavirus. Dovrebbe esserlo però anche per chi nella retroguardia compie un’azione non meno importante nel ricercare soluzioni per contrastare la pandemia. Chi ricopre un ruolo scientifico importante per la ricerca, deve avere anche un adeguato atteggiamento etico che concili le legittime esigenze economiche con la responsabilità sanitaria e sociale di cui sono investite. L’interesse collettivo va sempre anteposto a quello esclusivamente industriale”. Venendo poi alle prospettive di mercato future, Catenacci osserva come le ipotesi attuali si dividano tra una ripresa a forma di V ed una a forma di L. “La prima rappresenta un dopo emergenza caratterizzato da una veloce ripresa dell’economia grazie alla crescita di domanda e la riapertura delle attività attualmente ferme. La seconda ipotesi prevede una ripresa più lenta dopo un drastico calo dell’economia, come accaduto in seguito alla crisi del 2008. Il post Covid-19 sarà come un dopoguerra, con le sue macerie, la necessità di ricostruzione – entra nel dettaglio -. L’Italia ha gli strumenti per ridisegnare un sistema paese più forte e più giusto”. A proposito del futuro specifico del business aziendale, puntualizza come nelle nostre aziende si parli di patrimonio intellettuale che ama il proprio lavoro: si parla di economia della felicità. “Governiamo molte delle tecnologie emergenti, pertanto ci aspettiamo di continuare a crescere sensibilmente. Crediamo che il mercato abbia bisogno di speranza ma soprattutto di storie. Continueremo ad aspettarci molto dal futuro del nostro business cercando ancora successi imprenditoriali contestualmente all’opportunità per restituire alle persone un po’ del nostro sapere, del nostro mestiere – conclude -. Non ci fermeremo perché crediamo che progetti come questo rappresentino un elogio al pensiero e chiunque può farlo proprio”.

La piattaforma Omnia

Tra i marosi scatenati da Covid-19, Masmec è assurto agli onori delle cronache per le sue soluzioni medicali, strettamente collegate all’emergenza. Ma di fatto, l’azienda vanta una storica presenza nel mercato della diagnostica, grazie alle sue piattaforme Omnia. Il suo presidente, Michele Vinci, ci spiega in che modo il know how aziendale sia stato messo al servizio delle strutture ospedaliere: “Le apparecchiature della nostra divisione biomedicale sono nate per migliorare il flusso di lavoro dei laboratori di ricerca e di diagnostica tramite l’automazione su misura. I laboratori hanno sempre più bisogno di eseguire protocolli complessi, su campioni numerosi, in poco tempo e con risultati accurati. Questo bisogno si scontra con i limiti dei metodi manuali, che sono lunghi, talvolta anche rischiosi e soggetti all’errore umano”. “Invece le nostre piattaforme – prosegue – automatizzano moltissimi protocolli di biologia molecolare, come l’estrazione degli acidi nucleici e la preparazione al sequenziamento di nuova generazione”. Questo permette di abbattere i tempi, perché le macchine processano più campioni contemporaneamente, e di garantire sicurezza e precisione. Ogni piattaforma viene sviluppata secondo le specifiche necessità di ciascun laboratorio, grazie alla modularità dell’hardware e del software. “Quando è insorta l’epidemia Covid-19 in Italia – prosegue Vinci – ci siamo chiesti come potessimo renderci utili con le nostre competenze, come potessimo metterle al servizio delle necessità sanitarie e produttive della comunità. La flessibilità non ci è mai mancata, lo sanno bene sia i nostri clienti del settore medicale che, forse ancora di più, quelli dell’automotive, perché per loro produciamo impianti produttivi personalizzati da decenni”. A questo si aggiunge l’altro caposaldo di Masmec, lo spirito innovativo. “Così rapidissimamente abbiamo messo a punto una piattaforma Omnia per la diagnosi da tampone di Covid-19 e un macchinario per il test delle mascherine”, indica con orgoglio.

PARLIAMO DI ADATTAMENTO

“In questi ultimi tempi – spiega Vinci – abbiamo implementato sulla piattaforma Omnia un protocollo per accelerare l’estrazione dell’RNA dai tamponi, che rappresenta la fase propedeutica alla diagnosi di positività o negatività al SARS-CoV-2. La macchina processa 24 campioni in 90 minuti, nello stesso tempo un operatore riuscirebbe a processarne solo uno. Abbiamo donato il primo esemplare al Policlinico di Bari, dove abbiamo svolto la sperimentazione con il Dipartimento di Igiene dell’Università di Bari”. Inoltre, con il coordinamento del Politecnico di Bari, Masmec sta dando una mano alle aziende che si stanno riconvertendo per produrre mascherine, sfruttando la propria esperienza nel test dei componenti per allestire un sistema per il test di respirabilità dei tessuti. Sul fronte dell’attività produttiva, spiega Vinci: “Riceviamo tantissime richieste per le piattaforme e i reagenti per i laboratori Covid-19 istituiti presso le varie strutture sanitarie nazionali ed estere. Stiamo lavorando al massimo delle nostre capacità per soddisfarle, in partnership con una grande azienda farmaceutica italiana. Specialisti di prodotto, biologi, sviluppatori software, ingegneri, tecnici di montaggio esperti, commerciali e buyer: siamo tutti impegnati, su fronti diversi, a recepire e approfondire le richieste che ci arrivano e ad attivarci per evaderle rapidamente, perché mai come adesso un giorno in più o in meno fa la differenza”. Si può parlare di riconversione della vostra offerta? “Parlerei di capacità di adattamento più che di riconversione – precisa il presidente-. La piattaforma Omnia nasce come apparecchiatura personalizzabile per la diagnostica. Negli anni abbiamo implementato svariati protocolli in base alle esigenze di ciascun laboratorio. Nell’emergenza abbiamo messo a punto anche quello per velocizzare la diagnosi del nuovo coronavirus. Piuttosto mi sembra che questa crisi abbia fatto emergere con drammatica evidenza l’importanza della ricerca e della tecnologia in sanità.” Infine, uno sguardo al futuro: “Il nostro augurio è che l’emergenza passi presto, ma che resti la consapevolezza dei vantaggi dell’impiego dell’alta tecnologia nella diagnostica di laboratorio. Che si tratti di diagnosi di Covid-19, di diagnosi prenatale o di predisposizione genetica all’insorgenza di determinate patologie, resteremo sempre al fianco dei laboratori che vogliano migliorare i loro processi attraverso l’automazione e permettere agli operatori di dedicarsi a compiti a maggior valore aggiunto, mentre le macchine lavorano per loro”.

MASCHERA D’EMERGENZA

Tre giorni: tanto c’è voluto per passare dall’idea al progetto. “E d’altronde – precisa Alessandro Romaioli Technical Officer di Isinnova, azienda bresciana che si occupa di consulenza aziendale per lo sviluppo di progetti innovativi -, non avremmo potuto fare diversamente: si lavorava d’urgenza per far fronte a una necessità sanitaria di dimensioni impreviste e imprevedibili. La parola d’ordine era velocità”. Un tour de force con un obiettivo preciso: realizzare una maschera d’emergenza per respiratori ospedalieri, che sopperisse – nei giorni in cui nel nostro Paese più duramente imperversava l’epidemia di Covid-19 – alla carenza di maschere C-PAP per terapia sub-intensiva. “L’idea- ci racconta- è nata grazie al dottore Renato Favero, ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, ispirato e illuminato – diciamolo pure – dalle forti analogie tra i ventilatori ospedalieri e le maschere da snorkeling, in particolare la Easybreath quella ideata, prodotta e distribuita da Decathlon”. “La sua idea – commenta Romaioli – ci ha conquistato immediatamente e ci siamo mossi subito per verificare con l’insegna sportiva la disponibilità dei pezzi. La fortuna ha voluto che le scorte in magazzino fossero sufficienti (circa 10 mila pezzi) e siamo così passati  alla fase B: studiare il nuovo raccordo per l’ossigeno, la valvola Charlotte, che abbiamo inizialmente stampato in 3D”. Gli step del progetto hanno previsto l’eliminazione del respiratore della maschera, rimpiazzato da questo aggancio progettato ad hoc e dotato di un ingresso per l’ossigeno e di un’uscita con filtro Peep. “Il prototipo di Easy Covid 19 è stato testato su un nostro collega direttamente all’Ospedale di Chiari, innestandolo al corpo del respiratore: il collaudo ha avuto successo – continua -. Così, per impedire eventuali speculazioni sul prezzo del componente, abbiamo deciso di brevettare la valvola di raccordo. Ovviamente il brevetto rimarrà ad uso libero in modo che tutti gli ospedali possano usufruirne”. E successivamente il progetto si è diffuso su scala nazionale. “Pertanto dalla stampa 3D siamo passati, grazie alla disponibilità del Gruppo Oldrati, a realizzare una stampo a iniezione che garantisca una produzione industriale in serie – indica Romagnoli -. Ribadisco che né la maschera né il raccordo valvolare sono certificati: sono nati in una situazione emergenziale e il loro impiego è subordinato a una situazione di cogente necessità. Visti questi presupposti ritengo che fuori dall’emergenza il progetto si esaurirà”. Quello che non finirà, invece, è il sollievo di chi è stato aiutato dalla maschera e l’orgoglio di chi tale aiuto è riuscito a darlo, fidandosi di un’idea inedita (magari imprevedibile), ma buona.

LAVORO DI SQUADRA

Leader nella progettazione di macchinari per dispositivi igienico sanitari, allo scoppiare delle crisi Fameccanica si è adoperata immediatamente per far fronte alla carenza di presidi sanitari come ci racconta l’ingegnere Ettore Paolini, direttore Vendite, Marketing & Comunicazione dell’azienda: “Fameccanica ha intrapreso diverse iniziative rispondendo in maniera attiva e partecipe all’emergenza. Ha supportato Fater per modificare macchinari già esistenti e renderla in grado di produrre mascherine chirurgiche monouso. Le prime mascherine sono state prodotte e distribuite alla Protezione Civile Italiana, che sarà in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto”. Già dal mese di gennaio, Fameccanica ha iniziato a progettare la FPM-E, una macchina che produce mascherine chirurgiche, anticipando l’enorme esigenza di questi presidi igienico-sanitari. “I nostri progettisti – ci racconta Paolini – sono stati attenti nell’analizzare processi a noi già noti per riadattarli alla produzione di mascherine, nel più breve tempo possibile e rispettando elevati standard qualitativi: i nostri macchinari realizzano prodotti per l’igiene, che hanno specifiche stringenti, alle quali si rischia di non rispondere per variazioni di dimensioni dell’ordine di pochi millimetri”. “Se immagina che il tutto si è svolto in video conferenza, a distanza – prosegue l’ingegnere – senza la possibilità di fare sopralluoghi sulle macchine attualmente presenti nel plant, capirà come la loro conoscenza delle macchine e la loro inventiva abbiano giocato un ruolo essenziale. C’è stato un enorme lavoro di squadra”. Ma cosa ha significato riconvertire la produzione a ritmi emergenziali? “Sicuramente lo stravolgimento della pianificazione, sia delle attività di progettazione che quelle di produzione – commenta Paolini -. Ciò rende necessarie adeguate capacità di replanning e problem solving, unitamente a capacità di gestione dei progetti in corso e di gestione degli approvvigionamenti, per nulla facili nel periodo che stiamo vivendo. I fattori coinvolti sono molteplici e sono sì manageriali ma anche, e soprattutto, umani. Decisioni del genere vedono coinvolti più attori, quindi è richiesto un livello di coordinamento e collaborazione massimo. Noi volevamo raggiungere il risultato in poco tempo e ce l’abbiamo fatta”. Per chiudere un suo commento sulla capacità di reinventarsi che ha caratterizza l’Italia in emergenza. “La capacità imprenditoriale italiana si commenta da sé: la storia ci ha fornito vari esempi di come gli italiani abbiano sempre saputo riemergere da periodi di crisi e più forti di prima. Ciò che mi piace osservare, nel contesto storico che stiamo vivendo, è come questo spirito di iniziativa riguardi tutti gli italiani, non solo i grandi imprenditori. Riguarda anche le piccole imprese che, magari, stanno vivendo la maggiore difficoltà in termini economici eppure trovano le risorse per rinnovarsi, reinvestono velocemente e sono pronte a nuove sfide”. “È commovente – chiosa Paolini – e, insieme, molto motivante”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“RMO”, Maggio 2020